L’Ing. Nigghi

L’Ing. Nigghi

Questa storia è vecchia. Anche questa si svolge in un ufficio di progettazione di una grande industria, anche questa ha per protagonista un paio di impiegati e un architetto.

Questa volta l’architetto non è un tuttologo presuntuoso, pieno di sé e innamorato della propria voce che abbiamo conosciuto in precedenza, ma colui che lo ha preceduto alla guida dello stesso ufficio. Il personaggio è originario di Salerno. Ha la capacità di trasformare la tragedia in commedia con una pacatezza che rasenta la strafottenza. Una via di mezzo tra Totò e la Commedia dell’Arte, tant’è che al termine delle sue riunioni non sapevi con certezza cosa ti avesse detto seriamente di fare. Riusciva a prenderti per il culo e a farsi dire: Grazie.

Purtroppo, nel mondo produttivo, sono i risultati che contano e, anche se era un mago dei rapporti umani, i risultati tardavano ad arrivare.

Lo stress e la depressione s’impadronirono della sua vena creativa. In ufficio passava sempre meno tempo e quando vi compariva, se la mano era ferma e creativa, l’alito sapeva di alcol, diversamente la mano inconcludente tremava.

Incominciò ad arrivare molto tardi in ufficio. Una volta disse: “ cazzo Albè, ho fatto un incidente con una pietra”, un’altra volta telefonò dicendo che era impossibilitato a raggiungere il posto di lavoro perché nella notte aveva subito il furto del volante dell’auto. Sembravano scuse scaturite da un vero comico teatrale, ma un giorno ritornò a casa tardissimo dal lavoro perché, come lo descrisse lui: “cazzo, bum! Mi è esploso l’impianto elettrico”. Non rincasò con un taxi o mezzi pubblici, ma prese un veicolo commerciale della ditta, senza alcuna autorizzazione.

Era difficile capire dove finisse la realtà e dove incominciasse la fantasia.

Per le crescenti difficoltà, era poco presente in ufficio. Diceva che si recava nello stabilimento produttivo a poche decine di km di distanza. Solo che là non risultava quasi mai il suo arrivo.

La strada che separava i due stabilimenti era ricca di signorine di colore, nigeriane forse, che offrivano i loro servigi. Probabilmente l’architetto si fermava in un bar a riordinare le idee e foraggiare la sua creatività, ma noi per foraggiare la nostra, avevamo incominciato a pensare che si fermasse da Nigghi. Per noi Nigghi rappresentava la sqillo immaginaria che ogni giorno lo rapiva dalle 2 alle 4 ore.

Un giorno, in tarda mattinata, la segretaria che chiameremo Gis, entrò trafelata in ufficio. La nostra segretaria era una ragazza simpaticissima, molto professionale ma un po’ingenua. Ci chiese dove fosse il capo, perché era desiderato con urgenza dal Direttore. Noi, senza alzare gli occhi dal monitor, rispondemmo: “Sarà da Nigghi”. Lei restò perplessa un attimo e poi scappò a dare la risposta al Direttore.

Dopo un paio di giorni la brava segretaria entrò nel nostro ufficio e disse:” ma chi è l’ingegner Nigghi, non lo conosce nessuno, non è presente il suo nome neppure nella rubrica aziendale?” A quel punto le raccontammo tutto, ma ormai un fantomatico ingegner Nigghi si aggirava in azienda.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

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