Il forno del borgo

il forno del borgo

Ho ripreso qualche vecchia, brutta e, forse, inevitabile abitudine. Passare accanto a qualcosa di bello, tutti i giorni, e non vederlo più.

Oggi però, complice una stringa slacciata, mi sono fermata accanto al vecchio forno in pietra che sorge lungo la stradina che porta alla stalla, davanti alla grossa casa ora “dei milanesi”, datata 1910. L’ho osservato, un po’ acciaccato dagli anni e con una brutta, ma vitale, colonna di sostegno in mattoncini forati. Mi ha raccontato di nuovo la sua storia, come l’ho sentita dalla signora Maria che torna qui dall’Inghilterra ogni estate e come l’ho imparata dai libri di storia dell’agricoltura e della civiltà contadina e dai racconti dei miei parenti (che vivevano in altri luoghi, ma comunque non se la passavano bene)

Quello era il forno di tutto il borgo. Ora che va di moda il co-housing nei contesti ubani, sorrido pensando che quello che oggi ritorna per soddisfare un’esigenza di socialità condivisa, un tempo era la normalità di una vita povera, che imponeva la condivisione degli strumenti indispensabili per la sopravvivenza e portava naturalmente ad una socialità mai forzata e di cui oggi si sente la lacerante mancanza. Provo ad immaginare le 17 famiglie che un tempo popolavano il borgo: le donne davanti al forno e i bambini che correvano intorno. Penso che sarebbe meraviglioso se fosse ancora così, invece ci siamo solo noi e il nostro piccolo Enea gioca con le caprette.

Certo, non era tutto bello per davvero. La povertà rendeva tutto più duro: la vita qui è durissima, anche se abbiamo l’acqua calda in casa e internet e la tv, ma l’inverno è sempre troppo lungo e ti spezza. Il rito del pane si rinnovava a intervalli lunghi, anche due settimane, perché scaldare il forno costava. Costava legna e per fare la legna occorreva un lavoro pesantissimo. Va da sé che si preferiva usare la legna per scaldarsi. 

Chi si diverte a preparare il pane con il lievito madre, come facevano le signore di Brugnola e di tutti i borghi del mondo, sa che la lievitazione è lunga e necessita di temperature favorevoli. Il “rinfesco” del lievito madre avveniva nella madia in estate, mentre in inverno gli amici animali venivano in aiuto e si avvolgeva il tutto in un panno che finiva a lievitare…in stalla!

I primi a poter infornare erano i proprietari del forno, che si erano assunti l’onere di scaldarlo e quindi potevano godere della temperatura più alta. Solo successivamente potevano infornare anche gli altri, che necessariamente si adeguavano a far coincidere il giorno della panificazione con quello del proprietario, in modo da sfruttare il calore residuo e rinvigorirlo usando una minore quantità di legna.

 

Ecco, devo andare a mettere dell’altra legna nella stufa, a casa. Oggi è il primo giorno di primavera e qui ci siamo svegliati con la neve. La casa è fredda e il nostro Kombucha non fermenta. Non avessi quella teppista della Penny, lo porterei in stalla.

PS- se qualcuno fosse interessato a cambiare vita e a sperimentare un co-housing differente da quello patinato della città, ci faccia un fischio. La casa del 1910 è in vendita.

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